Il pensiero Olivettiano trova un parallelo diretto nel pensiero manageriale di Peter Drucker, ritenuto il padre del management moderno, che arriva contemporaneamente a conclusioni analoghe, anche se per vie diverse: lo scopo di un’impresa non è massimizzare il profitto ma “creare un cliente”, mentre il profitto resta il test di validità delle sue scelte, non il loro fine

Nonostante non esista una collaborazione professionale o accademica, si registra una straordinaria convergenza intellettuale e ideale: Olivetti e Drucker si muovevano, in questo senso, in mondi paralleli, accomunati dalla stessa missione di superare il taylorismo rigido in favore di una visione umanistica dell’azienda.

Il primo terreno di convergenza è la responsabilità sociale dell’impresa

Sia Olivetti che Drucker rifiutano l’idea che il profitto sia l’unico fine dell’industria: Drucker lo argomenta in The Practice of Management (1954), sostenendo che l’impresa ha un fondamento etico e doveri precisi verso la società, Olivetti, a Ivrea, traduce lo stesso principio in realtà concreta, attraverso l’integrazione tra fabbrica e territorio che dà corpo al Movimento Comunità.

Il secondo è la centralità della persona e della conoscenza

Drucker ha anticipato teoricamente l’avvento dei “lavoratori della conoscenza” (knowledge workers), descritti come persone bisognose di autonomia e di crescita continua. Olivetti applica già di fatto questo principio: inserisce stabilmente nell’organico aziendale sociologi, psicologi, poeti e intellettuali, tra gli altri Cesare Musatti, Luciano Gallino, Franco Ferrarotti, Paolo Volponi, e investe in modo massiccio nella formazione continua, dai corsi per operai fino alle borse di studio per la laurea.

Il terzo è un punto di contatto meno noto ma più concreto: l’IPSOA

L’Istituto Postuniversitario di Studi sull’Organizzazione Aziendale, fondato nel 1953 a Torino con un ruolo di primo piano di Adriano Olivetti, insieme a Vittorio Valletta e Giovanni Enriques. 

L’IPSOA porta in Italia le metodologie delle business school statunitensi, in particolare il metodo dei casi di Harvard, e docenti provenienti dagli stessi atenei americani: lo stesso retroterra culturale in cui si diffondono e consolidano le tesi di Peter Drucker. Nello stesso periodo, le Edizioni di Comunità fondate da Adriano Olivetti pubblicano e traducono in italiano testi chiave della sociologia industriale e del pensiero organizzativo mondiale, delimitando con precisione lo spazio culturale condiviso in cui le due riflessioni, pur senza incontrarsi mai di persona, respirando la stessa aria.

Ripercorrendo questi agganci, Drucker emerge come una sorta di anello mancante tra l’umanesimo artigianale di Olivetti e la formalizzazione manageriale che considera il profitto come condizione e non come fine, l’imprenditorialità come funzione distribuibile, la conoscenza come risorsa produttiva primaria, l’autogoverno come principio organizzativo, la decentralizzazione come condizione di adattamento. 

Il pensiero di sintesi è quello proposto da Drucker: non esiste un’unica organizzazione valida in assoluto, ma esistono soltanto organizzazioni, ciascuna con i propri punti di forza, i propri limiti e le proprie applicazioni specifiche, una struttura è adatta a certi compiti, in certe condizioni, in un certo momento storico. 

Ieri come oggi, il compito di chi guida un’organizzazione non è copiare un modello, piuttosto è quello do esercitare lo stesso giudizio che ha permesso a Olivetti a Drucker di trovare, ciascuno nel proprio tempo e contesto, la forma più adatta alle condizioni che avevano davanti.



 

Senza l’intelligenza umana, non c’è utilità o scopo per l’intelligenza artificiale