Le imprese si confrontano quotidianamente con modelli e filosofie interpretative di cosa e come deve essere un contesto lavorativo.

La domanda fondamentale che sottende queste riflessioni è di una semplicità disarmante: 

Qual è il fine dell’impresa?

Ma, nonostante ciò, la risposta è estremamente complessa, articolata e mai definitiva. 

Se l’impresa fosse soltanto un meccanismo destinato a massimizzare il profitto, allora efficienzacontrollo,produttività e capitale potrebbero essere sufficienti a descriverla.

Ma quasi mai è così, e tra i primi ad interrogarsi sul tema è Adriano Olivetti (intorno agli anni ‘50 del secolo scorso) che considera l’impresa come parte di un ecosistema (Ai lavoratori o Città dell'uomo):

l’impresa è un organismo economico inserito in una comunità umana”

Certo, ogni impresa deve essere efficiente e competitiva, ma contemporaneamente deve contribuire allo sviluppo delle persone, della cultura e del territorio, seppur mantenendo la centralità del profitto che, però, non esaurisce il significato dell’attività imprenditoriale.

Da questo pensiero emerge una definizione nobile di Imprenditore, differente da quella del proprietario o del manager: 

l’imprenditore è colui che costruisce le condizioni affinché un’impresa possa generare valore economico e umano nel tempo.

Spostandoci ora nel presente, ci si può chiedere:

Se “l’impresa olivettiana” era una comunità di persone capace di generare valore, che cosa diventa l’impresa quando si confronta con domini complessi e diverse intelligenze influenzano stabilmente la sua capacità di comprendere, decidere e agire?

L’Intelligent Business Agility (IBA) prova a dare una risposta, imperfetta, a questa domanda, proponendo l’evoluzione verso la Value-Oriented Organization.



 

Senza l’intelligenza umana, non c’è utilità o scopo per l’intelligenza artificiale